Giulia Quaranta Provenzano

Scrittrice, Poetessa e Fotografia d'Arte

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Recensione di Rita Mascialino alla raccolta di poesie “In cammino”

Ha detto Rita Mascialino

2016 Giulia Quaranta Provenzano. In cammino. PREMIO LETTERARIO NAZIONALE ‘FRANZ KAFKA ITALIA®’ VI Edizione 2016: Padova Sala Capitolare della Carità di San Francesco Grande: Sezione Poesie, Premio Speciale della Giuria: Recensione.

“La raccolta di poesie di Giulia Quaranta Provenzano In cammino (Centro Editoriale Imperiese 2016) si incentra sui grandi temi della vita umana, come è intrinseco al canto poetico che sorge dal profondo della personalità dell’uomo: l’amore, la morte, la bellezza della vita in ogni caso, del paesaggio marino della costa ligure nelle sfaccettate prospettive delle varie stagioni e ore della giornata, della notte, anche l’incombere della fine di ogni cosa, la malinconia di dover abbandonare tutto, forse o certamente per sempre, per citare i motivi forti più importanti che ispirano la corposa silloge. La poesia citata più sopra (19) può fungere da emblema del mondo interiore della poetessa: il tempo non potrà mai portare via i sogni al sognatore, alla sua anima, né la luce di aurore ormai sbiadite, non più percepite nel loro sfolgorio colorato, potrà offuscare il cammino intrapreso. Sarà l’individuo a volare via quando sarà consumata la sua ora sulla Terra. Ad una prima lettura potrebbe sembrare che l’anima del sognatore continui ad esistere visto che sarà il minuscolo granello di polvere di evangelica memoria a decidere di volare via lontano, lontano dalla Terra portando con sé i suoi sogni, la sua “Anima” non rapita dal tempo – la maiuscola enfatizza l’esistenza dell’anima nel sognatore di Giulia Quaranta – nel suo cammino, nella “Via” che percorrerà, una via importante data la maiuscola che la connota, la via che percorrerà il granello polvere nel giorno della “Fine”. Si tratta di un “io” che appare ancora in grado di compiere azioni volontarie e di battere una strada assieme ai suoi sogni e senza che il tempo e l’aurora senza colori glieli portino via offuscan-dogli anche il cammino che si aprirà dopo la fine. Tuttavia questo appunto solo in una prima lettura. Il granello di polvere, ossia l’individuo divenuto polvere di biblica memoria per l’avvenuta morte del corpo, volerà senza ali – avrà mai la polvere ali per volare tranne che nella sola metafora sulle ali non proprie ma del vento? –, ossia trascinato dagli elementi. La lontananza del volo si fa simbolo della lontananza dalla vita di cui l’individuo sarà o vorrà essere consapevole al momento della dipartita, della “Fine”, la cui maiuscola rende l’evento per così dire assoluto, senza illusione alcuna di continuità o di ripresa di vita qualsiasi. Le altre realtà cui allude il titolo sono pertanto secondo la Spazialità Dinamica convogliata dalle parole scelte dalla poetessa il ritorno all’inorganico, con cui l’Io dell’individuo strapperà al momento della fine i sogni dal proprio cuore e porterà via le luci più belle, in una posizione dell’io che affronta la morte attivamente, che non vuole subirla del tutto passivamente, servendosi allo scopo della sua intelligenza, della sua umanità di nobile guerriero, sarà di fatto l’individuo dunque a intraprendere consapevolmente il viaggio verso il nulla. Una poesia che esprime la volontà dell’uomo di vivere la vita fino all’ultimo attimo e fino alla previsione del viaggio definitivo come per poter vivere consapevolmente in qualche modo l’infinito che lo attende in un ultimo epico impeto di vita al momento dell’ingresso nella morte. Nella poesia A morire (9) è la vita ad essere avara ed il tempo è ciò che distrugge la speranza. Le aurore sbiadite ricompaiono nei chiaroscuri e si affaccia nel finale la disperazione dell’inverno metafora di morte come il freddo che lo contraddistingue, come il colore che esso imprime ai capelli che si fanno grigi nella vecchiaia. I sogni che rosseggiano al petto e la cenere purpurea ai piedi dell’individuo raggiunto dal simbolico inverno richiamano una morte cruenta, come la morte fosse un assassino, che trafigge il petto con spargimento di sangue sul petto stesso e ai piedi insanguinando le ceneri, ossia la distruzione metaforica dei sogni stessi ed è così che la poetessa vive la scomparsa della più fine umanità cui la morte non consente più di esistere quasi pugnalando il sognatore e i suoi sogni. Si tratta di poesie frutto di una visione del mondo in cui l’uomo lotta contro la morte come vuole l’agone finale o agonia, come in un vero e proprio duello in cui vince il più forte, non l’uomo, ma l’assassino fornito di pugnale invincibile, uomo che comunque combatte, non accetta rassegnato la fine della sua vita. Un ulteriore inverno simbolico informa la poesia Di polvere e rovi (63):

“Il sorriso a morire
Lungo percorsi interrotti,
su viali di polvere
e rovi.
Avanza l’inverno,
gelida mano a rubare
gioie mancate, tramonti
sbiaditi.”

La composizione elabora diversamente temi affini a quelli di cui vivono le poesie citate. Il sorriso, la gioia di vivere muoiono in cammini polverosi e spinosi, dolorosi, che vengono interrotti bruscamente dalla gelida mano dell’inverno che ruba gioie ormai mancate non più realizzabili data l’interruzione – gioie come gioielli preda dei ladri – e tramonti dalla luce anch’essa ormai e di nuovo sbiadita. Il verbo interrompere richiama la fine forzata, causata da un intervento violento come la mano dell’inverno lascia supporre, una mano che non uccide esplicitamente, ma interrompe in qualche modo appunto violento onde fare bottino di gioie e tramonti, di ogni cosa bella. La morte cantata da Giulia Quaranta Provenzano invade sotto forma di vari simboli come l’inverno quale metafora principe l’immaginazione quasi ad esorcizzare la triste presenza, come in uno scongiuro e veramente l’umanità vive nello spauracchio della fine che si avvicina per tutti Rita Mascialino sempre più. La poesia allora – si aggiunge qui – serve a diminuire la paura della morte proprio cantandola nei mondi psichici della mente e rendendola non certo amica, ma più conosciuta e vissuta da vicino in anticipo, come in una preparazione al tragico e definitivo evento. Anche nella poesia Effigie (80) dedicata alla donna nel passato e nel presente, alla sua storia, la morte è ancora e sempre presente seppure indirettamente. Pur lapidata, infangata, non amata, rinnegata, posseduta come oggetto, con le ali rattrappite e inabili a volare nella mancanza di spazio e possibilità di azione, Giulia Quaranta Provenzano si riconosce donna che non vuole arrendersi e rassegnarsi alla sconfitta e pensa che risorgerà dalle proprie ceneri cui è ridotta e che saranno utili alla rinascita di una novella Araba Fenice, ciò a mostrare come essa quale donna non cesserà di combattere anche se ridotta in cenere, una cenere metafora per la sua devastante storia nella civiltà umana e che costituirà la base della sua rinascita come essere più forte, fortificato da una sofferenza tanto lunga.
Un’ultima parola sul titolo della silloge In cammino: si tratta di un cammino metaforico che, comunque come tutti i cammini, conduce anch’esso in un luogo, nel metaforico luogo della personalità umana, in particolare della poetessa che con il suo poetare vuole dare senso alla sua esperienza di vita sulla Terra, vuole
comprenderla e sentirla nel modo più vero e profondo, inglobante anche e soprattutto la comprensione della parte finale della vita, essenziale perché la fine non debba sorprendere l’uomo ormai impossibilitato ad elaborarla, un cammino perché il breve e transeunte soggiorno terreno non sia vissuto invano.
Così il cenno di analisi di alcune poesie relative ad uno dei temi centrali di cui consta la raccolta poetica di Giulia Quaranta Provenzano”.

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