Giulia Quaranta Provenzano

Scrittrice, Poetessa e Fotografia d'Arte

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Recensione di Rita Mascialino alla silloge “Nessun tempo dura”

Ha detto Rita Mascialino

2017 Giulia Quaranta Provenzano: Nessun tempo dura. PREMIO LETTERARIO NAZIONALE ‘FRANZ KAFKA ITALIA®’ VII Edizione 2017, Sezione Poesie, Premio Speciale della Giuria: Recensione

“Da Nessun tempo dura

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Verso il cielo
Mille e più volte
ho atteso conforto
per le lacrime versate,
ho alzato le braccia
ad ogni partenza,ma
solo spazi vuoti.

Nidi spogli,
assenze e mancanze
pesano

tiene compagnia
il dolore, lo vivo
nella quotidiana esperienza
-abita là dove
la mia anima sa
il sia.”

La silloge di Giulia Quaranta Provenzano Nessun tempo dura (Imperia IM: Centro Editoriale Imperiese 2017) si compone di trecentotrentuno poesie dedicate principalmente, come la grande lirica di consueto, al dolore intrinseco all’esistere e, in tale ambito, in particolare e inevitabilmente anche alla donna, portatrice da sempre delle più grandi sofferenze. Il titolo esplicita già di per sé il fulcro della tragedia esistenziale: la scarsa durata della vita, l’incombenza della morte che fa finire il tempo riservato agli umani.
Nella lirica Verso il cielo, citata più sopra, il dolore diventa l’unico compagno degli uomini, quello che non tradisce, che resta fedele accanto all’uomo. La protagonista della poesia, proiezione della poetessa, ha chiesto aiuto volgendosi in alto, al cielo pertanto, ma non ha mai avuto alcuna risposta, solo il vuoto attorno a lei e allora ecco che sorge un compagno, rappresentato proprio dal dolore che è l’unico a starle vicino e a non lasciarla, divenendo così un compagno esistenziale con cui è possibile il dialogo ogni giorno e, il dolore, l’anima della poetessa lo trova dove sta “il sia”, la locuzione dell’imperativo che in italiano si riferisce a ciò che ancora non è e che deve o può essere. Tale “sia” riecheggia il lux sit della Genesi riferito alla luce che sorge dalle tenebre, che si fa e diviene per volere divino. Questa associazione biblica associa a sua volta il dolore in qualche modo alla luce stessa della vita, alla fiaccola che può illuminarla, che può darle una dignità, la dignità di chi affronta il dolore senza fuggirlo. Lì dunque, metaforicamente, nella zona del divenire voluto da Dio, abita il dolore come qualcosa che debba accadere e cui l’uomo debba rassegnarsi come obbedendo ad una legge. L’anima della protagonista “sa” come il dolore sia compagno di vita dell’uomo e anche se chiede aiuto per liberarsene essendo al limite della sopportazione, appunto sa che esso è unito al dovere, al dover essere, quasi si realizzino le parole della Genesi quando Dio maledì l’uomo e la Terra per la colpa relativa alla leggendaria disobbedienza, maledizione che si concretizzò nella condanna a morte e nel dolore da sopportare. Il dolore dell’uomo quindi va accettato secondo questa lirica in quanto, sulla base dell’implicito connesso al verbo “sia” nel contesto, unito ad un dovere di espiazione. In caso Dio esista, simboleggiato dall’alto dei cieli cui tendono in preghiera le braccia della protagonista, egli non la ascolta come nella prima strofa della lirica – il dolore, se ascoltato, sarebbe allora inteso come espiazione che va realizzata come maledizione divina. In caso Dio non esista, come sembra ritenere la protagonista dopo il mancato aiuto divino, il dolore sarebbe senza motivazione altro che nella precarietà della vita stessa e sarebbe quindi senza senso accettarlo. Ma l’accettazione del dolore collegata al senso del dovere che impone all’uomo di affrontare con dignità e coraggio anche il male connesso al vivere nobilita in ogni caso l’essere umano e questo si inferisce dalla presenza della conoscenza da parte dell’anima che pone tutto sul piano superiore dell’intelligenza: l’anima è a conoscenza di questo obbligo per così dire di soffrire perché sente il dovere di affrontare la sofferenza in quanto dettato dalla dignità. E allora il dolore si fa appunto esso stesso il compagno che aiuta l’uomo a mantenere una dignità, una umanità. Poesia profonda che in pochi versi racchiude un importante spaccato dell’esistere, uno spaccato che comprende in primo piano la donna. Nella lirica è la donna a chiedere aiuto nella disperazione e nessuno nel mondo degli uomini la ascolta, così che viene lasciata sola. Anche la divinità che abita i cieli non le dà retta, non risponde alla sua preghiera e viene di nuovo lasciata sola, da tutti. Si trova quindi in compagnia solo del dolore, come abbiamo testé spiegato e la sua capacità di accoglierlo lo trasforma in compagno fedele, utile, comunque la si voglia vedere, a sostenere la propria dignità, a dare dignità all’umano esistere – solo nella sofferenza, aggiungiamo, anche l’uomo più disumano potrebbe umanizzarsi. Non si tratta di ironia, di sarcasmo, si tratta, come accennato nella breve presentazione, di un’ottica contro ogni machismo, un’ottica che dà la piega umana alla donna e la potrebbe dare a tutti. Il fuggire il dolore è cosa buona e giusta, ma il sopportarlo con coraggio, da soli, dà una dignità che null’altro può dare. Così insegna la Quaranta Provenzano.
C’è mai qualcosa che possa lenire allora la sofferenza su questa Terra secondo la poetessa? Sì, la poesia definita come “balsamo del dolore” (280), espressione dell’anima umana nei suoi più reconditi recessi. Nella lirica Solo Tu (280) Giulia Quaranta Provenzano si rivolge al Poeta che solo sa fra tutti gli uomini che cosa sia l’emozione di esprimere autentiche verità dell’anima a consolazione delle ferite che la vita infligge. Il Poeta non crea solo per sé, ma anche per il resto dell’umanità che voglia comunicare con lui attraverso la condivisione del suo poetare che aiuta a sopportare il dolore dell’umano destino dominato dalla Nera Signora (150):
“(…) Sul vetro scuro
un’immagine
trasudante sconforto:
sembra proprio
l’inclemente
morte.
Verrà.”
L’arte, solo l’arte al di là di speranze nella vita ultraterrena può esorcizzare in parte la disperazione della dipartita che attende tutti gli esseri viventi, ciò in quanto l’arte, la poesia innanzitutto, può costruire mondi che avvicinano la morte sul piano estetico, inserendola in un immaginario che la personifica e rendendola in tal modo qualcosa di conosciuto, di umano quasi, che per questo si può fino ad un certo punto combattere quasi come un nemico in battaglia, così nella fantasia artistica, poetica. La “signora nera” della lirica presenta un’immagine suggestiva della morte, tale che stimola catarticamente la fantasia divenendone un suo personaggio quasi virtuale e perdendo così un po’ del suo potere concreto di angosciare l’umanità, come fosse qualcuno che si conosca bene, non qualcosa di ignoto chiuso solo nell’interiorità più rimossa e da cui quindi non potersi guardare in nessun modo. L’arte familiarizza in bellezza l’uomo con il suo destino, un destino infelice che così si fa meno infelice appunto grazie alla presenza della bellezza delle immagini, dei mondi interiori, delle storie narrate, create, espresse a completamento del livello esistenziale quotidiano e concreto, che da solo non dà ragione sufficiente della personalità degli umani.
Tutto ciò dà la silloge di Giulia Quaranta Provenzano a sé – il poeta crea in primo luogo per sé, per conoscere il suo cuore ed estrinsecare quanto nel reale concreto non può estrinsecarsi –, ma anche agli altri uomini interessati alla parola poetica, al suo potere di esorcizzare i fantasmi dell’inconscio, al suo potere di affrontare il grande spavento cui nessuno può sfuggire e cui la creazione poetica e artistica in generale può porre qualche argine”.

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