Giulia Quaranta Provenzano

Scrittrice, Poetessa e Fotografia d'Arte

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Recensione di Rita Mascialino alla poesia “Restano le anime fino a tarda notte”

Ha detto Rita Mascialino

2016 Giulia Quaranta Provenzano: Restano le anime fino a tarda notte. PREMIO NAZIONALE DI POESIA ‘SECONDO UMANESIMO ITALIANO ®’ I Edizione 2016: Premio Speciale della Giuria (Sez. IV): Recensione

“Restano le anime fino a tarda notte

“Odore di cera fusa,
bianco fumo nella notte
tra rose, gigli, orchidee
che narrano di affetti e di ricordi
oltre quel muro di freddo marmo
ai bordi dei sepolcri. Un garofano cadrà.
Intensa luce di pie stelle e anime nobili
sulla brina del cimitero in tarda ora,
di speme irrorata. Fuori dai giacigli
del tempo ito, in mezzo ai tigli e
cipressi, sfiorano la loro terra
amata. Nel buio le puoi vedere
sorridere in un agognato volo di gioia
eterna. L’aria vibra, l’aria smuove fronde
e sottili foglie trasparenti che la vita, la morte
corteggiano per corte strade e rade immense.
È adesso che risorge il beato regno del fu
nell’ammantante penombra che fa da cortina
ai più, ma sotto l’ombra scura l’alba attende.
Sarà pura letizia.”

La poesia di Giulia Quaranta Provenzano Restano le anime fino a tarda notte si inserisce a buon diritto nel filone della poesia sepolcrale o cimiteriale che trae la sua fama precipuamente dai poeti settecenteschi inglesi, cosiddetti preromantici. L’atmosfera che intride la lirica è affine a quella dei Nights Thoughts di Edward Young o alla celebre Elegy written in a country-churchyard di Thomas Gray, ma molto diversa è la situazione rappresentata. Si tratta nel caso della Quaranta di meditazioni che sono serene, pur sorgendo accanto a una tomba in un cimitero a tarda notte, tra odori di cere e di fiori che hanno accompagnato la persona nel suo ultimo viaggio e che testimoniano dell’amore di chi resta per le persone care. Su tale scenario senz’altro lugubre e sinistro per gli umani, proviene la luce delle stelle come se esse fossero partecipi della dipartita del sepolto, come si facessero immenso e cosmico cimitero notturno esse stesse. Proviene anche la luce intensa di anime nobili, ciò che pone come esistente l’anima nell’al di là, staccata dal corpo cui ha appartenuto e capace di vita autonoma. Tali anime buone e benevole si radunano a notte fonda tra gli alberi cimiteriali sfiorando la terra in cui hanno vissuto non solo come anime, ma anche fisicamente e in cui riposano le loro spoglie mortali, così che l’umano che stia al cimitero a quell’ora le può vedere sorridere di gioia nei loro voli che fanno vibrare l’aria e le fronde di aneliti di vita eterna e, inevitabilmente, anche di morte terrena. Le può vedere al buio, luogo di tutte le ombre e di tutti i sogni più belli. Chi osserva quanto accade, sa che proprio in quel momento risorge il regno delle anime morte, di ciò che fu, ossia ha di nuovo vita quanto è stato, come è possibile vedere nell’oscurità, tra bagliori di luci che rendono per così dire quasi tangibile la percezione delle ombre dei defunti. Dopo il rapporto vivificante con le anime dei cari nel luogo consono ad un tale misterioso incontro, l’anima del vivente che lì si è recato per riunirsi ancora con esse gode di pura letizia nella prima luce del giorno che si annuncia nell’alba prossima. La poetessa esprime nella composizione una sensibilità fine al punto da dare corpo alle sensazioni di unione con i trapassati, senza averne la minima paura – il contatto con il mondo dei morti in genere non è cosa del tutto indenne da spavento per gli umani – e senza sensazioni particolarmente sinistre come in genere accade nei poeti preromantici. A rendere lieto e possibile questo incontro con tale regno sta la più ferma fede nella vita dell’al di là che dà la base più solida a tale sensibilità così acuta. È il caso di associare, per contrasto semantico ed emozionale, l’immortale monologo di Amleto, il quale, nel contesto del sottostante nichilismo e, perché no, horror shakespeariano che fuoriesce da tutte le parti nell’Amleto come in tutta l’opera del poeta, parla del mondo dei defunti. In tale monologo Amleto dà sì credito all’esistenza dell’al di là ipotizzandolo come almeno utile a fare sopportare le intemperie della vita e a fungere da freno morale, ma, in uno dei magnifici doppi sensi usuali in Shakespeare, lo definisce nel contempo con ironia più tattica che retorica nonché annientatrice di qualsiasi illusione come “The undiscover’d country from whose bourn / No traveller returns”, (Atto III, Scena I), “Il paese non scoperto dal cui confine nessun viandante ritorna” (trad. di R.M). In Shakespeare il paese dei morti non è stato mai scoperto da nessun esploratore per quanto audace, vive solo nella mente umana, manca quindi nella mappatura del mondo, ossia è inesistente concretamente da qualche parte nella vita degli umani, mentre nella lirica di Giulia Quaranta Provenzano il paese dei morti pare essere noto, quindi implicitamente scoperto ed esistente e da esso gli spiriti dei defunti, che colà hanno la loro diversa vita come anime senza corpo, ritornano. In tal modo, ritornando nei cimiteri notturni, essi sono di nuovo in contatto con la Terra e si fanno anche riconoscere come tali dalle anime dei viventi più sensibili. Questi spiriti di Giulia Quaranta Provenzano, come accennato, non spaventano, ma portano letizia, così che l’alba successiva alla notte sarà pure foriera della medesima letizia respirata assieme all’aria mossa da essi con il loro volo misto di morte e di immortalità. Questo perché il contatto con l’al di là e le persone care che in esso hanno il loro regno, contatto realizzato per corte vie che rendono vicine le immense radure che separano la vita dalla morte, è reale e rinfrancante per la poetessa. Molto interessante e suggestivo è proprio questo “regno del fu”, di ciò che non è più, come il passato remoto indica. A prescindere da ogni possibile fede in ciò che non è più ed è ancora nel contempo, il regno del fu della Quaranta è in primo luogo il regno della memoria che è tale proprio per tutto ciò che non è più, un regno che parla esso stesso di cose morte che hanno nel contempo ancora vita, per quanto una speciale vita, quella eminentemente del ricordo. E il poeta può dare vita a ciò che non è più grazie alla sua immaginazione, alla sua fantasia, alla sue speranze, come ha fatto Giulia Quaranta Provenzano nella sua lirica”.

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