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Dal secondo Per sempre dei due racconti a costituire Fuochi inestinguibili di Giulia Quaranta Provenzano (Centro Editoriale Imperiese, Marzo 2013):

UN RICORDO DOLOROSO

Lo sguardo assente, due grandi occhi nocciola persi nel vuoto fissavano senza, però, guardarla veramente una ormai stropicciatissima foto che la ritraeva radiosa accanto ad un affascinante ragazzo. Quello era uno dei pochi momenti in cui la vita le aveva concesso qualche stralcio di esile gioia.
La giovane donna, trentenne appena, che distrattamente teneva in mano la fotografia era Emma, la stessa ragazza che vicino al moro dagli occhi scintillanti pareva sapesse cos’è la beatitudine. A confrontare a distanza di soli due anni le due ragazze, tuttavia, sembravano non essere più, minimamente, la stessa persona. L’Emma attuale aveva due occhiaie molto marcate che le scavavano il volto, un tempo un po’ più spesso sorridente, e le conferivano un’immagine ancora maggiormente sofferente.
Erano lontane le giornate in cui a incorniciarle e illuminarle l’ovale perfetto vi era un sincero sorriso. Ora Emma era intrappolata in un turbinio di amarezza tale da essere precipitata in una profonda voragine di apatia e insofferenza che erano riuscite ad allontanarla da tutto e tutti.

Ad un tratto, improvvisamente, un potente tuono squarciò il cielo riportandola a se stessa e sentì risuonare nella testa le parole del nonno: «Insegui l’amore e non lasciarlo, per nessun motivo, allontanare da te. Senza amore non si vive mai davvero, al massimo si sopravvive».
Istintivamente, a bassa voce, sussurrò il nome tatuatosi da tempo nel suo cuore: Cristian. Alcune lacrime le rigarono il viso scarno non appena posò le pupille sulla polaroid in cui davanti ad un tramonto purpureo, dietro a montagne verdi, lei e l’amato erano l’uno al fianco dell’altro seduti, con le gambe incrociate, su un prato fiorito “vestito” di bianco: Cristian aveva posato timidamente il braccio ambrato sulla spalla sinistra di Emma che, felice come rare volte era stata, non sapendo cosa fare era rimasta immobile e, con lo sguardo sereno ed imbarazzato, per la prima volta lo aveva sentito un pochino soltanto suo. Riguardando, per non sapeva più quale ennesima volta, quell’immagine capì che non era mai riuscita a dimenticarlo davvero. Subito riprovò quella medesima sensazione di inebriante piacere che l’aveva colta allora sentendosi avvolta da un intenso calore che le si propagava nelle vene e vi faceva fluire prezioso, quanto inatteso, ossigeno e linfa vitale. Cristian riusciva sempre a farla sentire protetta e in pace col mondo intero forse perché, quando era insieme a lui, non percepiva che la loro tacita complicità e il resto svaporava, tutto quanto la circondava perdeva consistenza.
Emma sapeva e comprese ancora una volta che il nonno aveva ragione, che l’amore va coltivato giorno per giorno perché, per quanto una piantina sia bella, sana, rigogliosa e robusta, senza cure assidue non germoglia alcun bocciolo… inoltre, c’è anche il rischio che sia travolta dalle intemperie scongiurate ma pur sempre impreviste e solo le attenzioni più assidue la possono cercare di riparare dagli accidenti costantemente in agguato. Ciò che aveva distrutto sul nascere, o meglio aveva calpestato quando finalmente si stava aprendo alla luce del sole, l’amore tra Emma e Cristian, infatti, era stato proprio un inatteso fulmine sul finire di una giornata senza alcuna nube all’orizzonte. La mente di Mia, così la chiamava l’attraente amico, riandò a quel giorno.

[…]”.