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Dal primo Amore oltre ogni confine dei due racconti a costituire Fuochi inestinguibili di Giulia Quaranta Provenzano (Centro Editoriale Imperiese, Marzo 2013):

LONTANO, MA SEMPRE VICINO

Era notte inoltrata ormai da diverse ore: le campane suonavano i rintocchi delle tre. Rosalie era molto stanca e aveva sonno, ma decise di fare un bagno prima di coricarsi nel letto aspettando di essere coperta dal manto avvolgente dei suoi sogni.
La giovane donna da diversi anni, circa sei, aveva preso l’abitudine di non andare a dormire senza prima nettarsi dalla stanchezza delle sue impegnative e sovente anche frenetiche giornate mettendosi a mollo tra sali profumati dalle fragranze orientali… quell’Oriente che aveva tanto desiderato raggiungere guardando nei grandi occhi color ebano del suo amato.
Tra una ruvida e meccanica carezza e l’altra di spugna, come condannata inesorabilmente proprio dalla sua anima meditabonda e riflessiva, Rosalie non faceva che appesantire un già gravoso carico di malinconia che la travolgeva involontariamente tutti i giorni covando e ninnando in sé una domanda ricorrente.
Subito, appena poggiata la punta del piede nella calda acqua trasparente, veniva risucchiata da un interrogativo vorticoso: che fine avrà fatto Leopold? lo rivedrò mai?

… A dire la verità, Rosalie incontrava praticamente sempre il caro Leopold mai dimenticato e mai stretto a sé, se non nella sua più rosea fantasia, nei suoi sogni notturni. Ella desiderava così ardentemente anche solo poter discorrere illusoriamente con quella felice visione che, mentre si accorgeva di essere nelle braccia di Morfeo, sovente sperava di non svegliarsi più o, perlomeno, di comprendere il motivo per cui non si erano mai potuti amare dichiaratamente.
Sì, perché Rosalie credeva ogni volta ingenuamente che quella puntuale apparizione non fosse casuale, bensì che il tirannico destino avesse finalmente deciso di ripagarla per tanta sofferenza regalandole la spiegazione del suo dolore causato dalla lontananza e dall’eclissarsi improvviso di Leopold.

Ecco però che puntualmente suonava la sveglia proprio mentre l’Adorato le stava per rivelare perché anni addietro non aveva trovato la forza di confessarle il suo amore… Crudele il suono della sveglia, fedele soldato di un fato beffardo ed accanito contro di lei: così si sgretolava ogni forse possibile serena rassegnazione data da una motivazione per bocca del sovrano del suo cuore. Anche alla domenica, quando Rosalie poteva permettersi il lusso di non programmare il suo risveglio, qualche rumore la faceva sempre trasalire nel momento chiave del sogno e questo destarsi improvviso era sgradevole come una puntura d’ape nel mentre si respira il delicato e inebriante profumo di un fiore.

Dopo le dita delle estremità inferiori a scivolare felinamente e con grazia innata nella rotonda vasca da bagno blu erano le cosce e poi a salire le altre parti del corpo di Rosalie consumato da quella lancinante domanda sull’ubicazione di Leopold e sulla probabilità di rincontrarlo avente come risposta solo un sordo silenzio.
Nel far scendere un po’ di bagnoschiuma alla mirra, anche quella notte una coloratissima bollicina di sapone si librò nell’aria come se stesse prestando fede al tacito e usuale appuntamento dato ventiquattro ore prima alla povera infelice. Rosalie osservava quella sottilissima sfera eppure tanto scintillante da sembrare intaccabile nel suo brillare e pensava che in fondo le immagini che le apparivano nella nottata erano proprio come quel piccolo e bellissimo arcobaleno sferico: troppo delicate per poter avere su esse la facoltà di accarezzarle e tenerle vicino a sé secondo il proprio desiderio, tuttavia forti e tenacemente ammaliatrici. Come ogni volta la bolla a contatto del freddo marmo si rompeva così ogni mattina i suoi sogni in un attimo si infrangevano contro la rude e solida materialità del risveglio.

[…]”.