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Dal romanzo Ombre invisibili di Giulia Quaranta Provenzano (Centro Editoriale Imperiese, Gennaio 2016):

La notte e il suo lungo silenzio

Era una fredda notte d’inizio inverno nel piccolo, sperduto paesino arroccato ai piedi dell’impervio monte. Un forte vento scuoteva i spogli rami degli alti castagni, giganti che la stagione della morte apparente aveva rapinato di ogni splendore.
Al suolo, come speranze decadute, uno spesso tappeto di foglie secche; alcune marce, inzuppate da violenti temporali.
La giovane Grazia si svegliò di soprassalto e, madida di sudore, si ritrovò ansimante a fissare la vuota parete di fronte alla sua stretta brandina. La lunga frangia color del grano maturo le stava incollata alla fronte mentre alcune ciocche di capelli le ricadevano sugli occhi ancora sgranati. Con l’affusolata mano se le scostò dal viso rigato da tante minuscole goccioline e si alzò per dirigersi in cucina. Dopo un breve sonno alquanto agitato, desiderava soltanto un po’ di calore ma neppure l’umida paglia sotto gli ossuti piedi le trasmetteva un minimo di rinvigorente tepore. Ancora sconvolta da quanto visto in sogno, tremante a causa più dell’inquietante visione che per gli insistenti e gelidi spifferi di aria tagliente che penetravano prepotentemente a cullare il suo agitato sonno, scese le scale della soffitta. Mise a bollire il latte rimasto dalla mungitura della mattina precedente in un minuscolo pentolino e si sedette su una delle tre sedie cigolanti che facevano parte dell’assai povero arredo. Mentre girava distrattamente il cucchiaino dentro il vasetto del miele ripensò a quanto apparsole.
Era certa che il bianco agnello sotto l’imponente albero dalle belle e vistose radici ben piantate nella terra fosse lei.
Dalle diramazioni nodose pendevano cioccolatini dalla carta rosa che, mentre vi si protendeva nel tentativo di mangiarli, assurdamente si animava e cercavano di accarezzargli il muso. Ecco dunque che l’animale spaventato dall’improvvisa, spiazzante, animazione del cacao e incurante della sua natura di mammifero quadrupede, provava a volare via lontano da esso ma non vi riusciva. Si trovava in un bosco nero e si era perso proprio nel mezzo di un violento temporale notturno. Non poteva fare altro che continuare a camminare sul terreno fangoso, sopra profonde pozze d’acqua. Colto da un’improvvisa quanto forte sete, fece per abbeverarsi in una di esse senza però riuscirvi e nell’inutile sforzo, dopo essere inciampato in un robusto bastone, vi sprofondò.
Tutta assorta in quest’incubo, proprio mentre vi stava per precipitare per la seconda volta, Grazia trasalì al brontolio del latte che bolliva e stava per fuoriuscire dal rovente tegame.
Si precipitò verso la stufa ma distrattamente rovesciò la bevanda bollente sul giallastro pavimento di pino. Ancora sconvolta e infreddolita, dopo aver accuratamente ripulito le assi scricchiolanti e sciacquato il paiolo nel tinello, decise di ritornare nella sua angusta cameretta.
Come gli instancabili rintocchi delle campane annunciavano, erano le due di mattina ormai e Grazia aveva compreso come anche quella notte sarebbe stata insonne e lunga da far passare. Nonostante i gravosi e spossanti compiti quotidiani a lei affidati la stancassero fino allo sfinimento, una volta coricata sul duro materasso non riusciva mai a prendere sonno. Ciò che tuttavia la consumava davvero non era l’affaticamento fisico bensì una lancinante e inevasa domanda.
Durante il giorno le molteplici distrazioni del lavoro domestico l’assorbivano completamente ma, sanguisuga assetata di straziante dolore, al calare del tramonto crudele ogni sfiancante dubbio sulla propria identità e sui propri natali si risvegliava.
Questa oscurità, accanito soldato di una beffarda ingiustizia, era il suo più affliggente tormento. Il non sapere chi fossero i suoi genitori la faceva sentire una rinnegata e la rendeva fragile, debole; le sembrava di essere un sottile filo d’erba che un bimbo capriccioso aveva calpestato e poi strappato, destinato a seccare presto perché senza più radici – sensazione sgradevole come una puntura d’ape nella, tenera, carne viva.
Nonostante innumerevoli volte ella si fosse ripromessa di essere più forte, non riusciva a mettere in pratica il proponimento di affrontare le sfide che le si presentavano lungo il tortuoso cammino dell’esistenza. Rimaneva dunque intrappolata in una paralizzante informità. L’assordante silenzio a riguardo delle origini sconosciute l’aveva frastornata per anni interi ed era ancora così. Non sapeva trovare una ragione a quei punti interrogativi sui motivi del triste abbandono e neppure si risolveva ad accantonarli.
La giovane si isolava dentro una coltre di apatia e le uniche presenze a cui prestava attenzione erano il silenzio e le ombre, ombre più vivide di immagini rimandate da uno specchio.
Seppure fosse una ragazza acuta e avesse capito come questo è un aspetto dell’esistenza che accompagna la realtà e, in quanto tale, si può parlarne per non esserne pericolosamente risucchiati non fece che ascoltarlo. Del resto con chi poteva farlo?, con chi poteva discorrerne? Non aveva amici con cui confidarsi. Inizialmente le parve difficoltoso prestare attenzione a questo ospite di molte ostili nottate, poiché dovette disarmare l’udito sgombrandolo da tutto. Fu necessario divenire sordi ad ogni altra eco in quanto il silenzio richiede l’abbandonarsi ad esso e il rifugiarsi unicamente in esso.
Grazia, abituata a lasciarsi sfiorare solo dall’interrogativo su chi fosse sua madre e chi fosse suo padre, in principio si trovò privata della famigliarità con il coinquilino di tante future notti. Era incapace di ascoltarlo e lo reputava agghiacciante nella sua incomprensibilità. Alla fine comunque capì che il silenzio non era suo nemico, che anzi avrebbe dovuto approfittarne per giungere alla consapevolezza dei suoi più autentici bisogni a prescindere da un passato sconosciuto e basarsi unicamente sul presente. In verità, pur giungendo a tale verità, ogni qualvolta si interrogava su di chi fosse figlia sentiva un groppo alla gola e faceva fatica a deglutire. La saliva amara le ristagnava in gola come colla appiccicosa, la lingua le si impastava, sul cuore le sembrava di avere un pesante macigno che le dava l’impressione d’ingrandirsi ad ogni battito fino a toglierle completamente il respiro. Una straziante impotenza le tamburellava sul petto e la sovrastava.
[…]”.