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Dal romanzo La storia di Viola di Giulia Quaranta Provenzano (Aletti Editore, Novembre 2017):

9.

Un metro e settanta scarso, di sola boria fu il primissimo feedback.
A Viola pareva al contrario il suo interlocutore ne apprezzasse la vista – e non l’aveva ancora ascoltata! Angelina l’avvertì più volte della sua peculiarità: due ammalianti cristalli di quarzo incastonati nell’ovale perfetto.
Con stizza pensò che, se doveva essere assunta, doveva esserlo per le sue competenze e non per una beltà in sordina tipica della brava ragazza. Colonna vertebrale eretta, mani in grembo a sfiorare la leggera camicetta arancione, uno scanner la stava analizzando. «Buongiorno Viola. Dunque…» esordì sibillino Riccardo. «Iniziamo bene, anzi sempre meglio» considerò tra sé e sé la giovine. «Spiegami un po’ la motivazione per cui ti trovi qui e come ti descriveresti» se ne uscì imperativo. «Che urticante!» avrebbe voluto sputargli in faccia, contro quell’espressione lasciva. «Semplicemente volenterosa, con un radicato senso del dovere e non timorosa di ricevere mansioni di responsabilità». Una pausa e «Avendo intrapreso studi interdisciplinari, miranti a un’apertura mentale credo non presuntuoso ritenermi idonea per tale professione camaleontica e di continuo superamento del raggiunto» riprese pacata. «Ah, interessante… Quando ti iscrivesti all’Ateneo pensavi di trovare un lavoro?» la pungolò ironico. «Sì, per le ragioni di poco fa. Aggiungo che ho acquisito altresì la capacità di apprendere in fretta». Si mise poi in ascolto. «Bene, mio dovere è metterti in guarda inerentemente a cosa puoi ragionevolmente aspettarsi: delle facciate». «Nessun problema. Fanno parte dell’iter di ognuno. Almeno ci avrò provato» lo incalzò. «Entro fine settimana ti darò una risposta. Devo ancora incontrare una ragazza e un ragazzo oggi». Le porse la viscida, sudata manona.
[…]”.