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Dal romanzo La storia di Viola di Giulia Quaranta Provenzano (Aletti Editore, Novembre 2017):

35.

Maria viveva davvero in Viola. In nessun altro il suo senso dello spazio aveva profondità, né tempo vano, lineare, per quanto orlato da illusori margini fioriti. Per il resto della gente si trovava in torbido stagno, intreccio di steli rinsecchiti, corolle già cadute, mischiate nel sonno cullato d’incosciente ansia di decidere se attendere o meno sull’arida sponda. Faccia a faccia con la Parca. Lei invece non ignorava la nonna di ombre e luci, luci ed ombre in un creato tutto suo. L’osservava grata e nel marasma della mente, ove lo spazio era stato inghiottito crudele dai detriti della ragione, pur coccolava verbi senza senso. Saltuariamente uno squarcio nell’anziana si apriva e riemergeva, incantevole, come flash. Era un tripudio di vita, d’entusiasmo a coinvolgere e sconvolgere. L’adorava e pregava per il fragore d’un tuono che regalasse pochi altri attimi infiniti.
Un arcobaleno, una girandola d’emozioni come allegri fuochi d’artificio nell’oblio della memoria (oramai stanca), nell’incoscienza del prima e del dopo a dipingere quadri del trascorso.
Che tenerezza e che pena però incontrarla negli occhi ematite del fu! Non di meno pareva rivivere l’ebbrezza della gioventù, i loro nomi a sfiorare la secca bocca intorpidita. Volti impressi sul petto, i volti dei cari. C’era un dio? No. Non v’è alcuno nell’edicola dei giorni a cui rendere grazie perché, inclemente, presto lo sguardo sempre veniva richiuso e di tanta effimera gioia restava altrettanto buio.
Dentro Maria steccati senza varchi e chissà se ci sarebbe stato un altro arcobaleno ad unire temporali e schiarite nel silenzio infernale che faceva da cortina. Un continuo ridiscendere nel vacuo e restare sospesi al fine filo di un’esistenza ingiustamente consumata. Viola trasalì al «A che ora arriva Mariella? Arriva Mariella?» della compagna di stanza della nonna la quale, col girello, in quel momento varcò l’atrio. Mariella era la figlia diletta.
[…]”.